Jam band che ruota attorna alla figura del frontman John Butler, musicista australiano nato in California.
Attivi dal 1998, hanno composto 5 album che mischiano diversi generi musicali, dal rock alternativo al blues, passando dal funky al bluegrass. I due album che meritano sicuramente un ascolto sono GrandNational (2007) e April Uprising (2010).
Nato come side project di due elementi degli $wingin’ Utter$, si è poi evoluto in band vera e propri con il passare del tempo.
Echi d’influenze country, punk, ma il marchio è folk!
Wikipedia dice che “hanno un debito nei confronti dei Pogues” e in effetti alcuni pezzi ricordano un pò la band di Shane MacGowan.
Nel complesso i brani sono molto piacevoli d’ascoltare!
Hanno esordito con l’EP Our Fathers Sent Us, poi hanno pubblicato 3 album: A Melody of Retreads and Broken Quills (2001), My Pappy was a Pistol (2003) e I’m a Son of a Gun (2007).
Nell’ultima fatica compare Spider Stacy (suonava il flauto nei Pogues).
Visto che ho trovato davvero pochi video, vi consiglio di ascoltare qualcosa sul loro Myspace.
Segnalo un sito da cui si possono ascoltare, gratuitamente, album appena usciti! Dalla home, andate su albums. Cliccate sulla copertina dell’album che volete ascoltare e magicamente si aprirà una finestra sulla sinistra. Aspettate un pò e poi dal vostro pc partiranno delle note…
Avete presente l’album Rimini di Fabrizio De André?
Quante volte avrete sentito Il cielo d’Irlanda della Mannoia?
Beh, dovete sapere che i pezzi del nono album del cantautore genovese sono stati scritti assieme a Bubola. E stiamo parlando di brani come Volta la carta, Coda di lupo, Andrea, Sally e Zirichiltaggia.
E Il cielo d’Irlanda è stato scritto proprio dal cantautore di cui ora andrò a parlarvi.
Inizia fin da giovane a scrivere canzoni. Si fa conoscere con il primo album, Nastro giallo. Ed è proprio così che De André lo scopre e gli propone di scrivere insieme alcuni brani. Dopo la collaborazione citata prima, i due torneranno a lavorare insieme nel decimo album, Fabrizio De André, conosciuto a tutti come L’Indiano. Pezzi significativi: Quello che non ho, Fiume Sand Creek (uno dei miei pezzi preferiti), Hotel Supramonte (brano che parla del sequestro di Fabrizio e della moglie) e Franziska (anche qui richiami al sequestro).
La collaborazione tra i due raggiunge il picco, quando nel 1990, assieme a Mauro Pagani, compongono Don Raffaè, pezzo storico di Fabrizio De André.
Nel 1979, esce Marabel, suo secondo album.
Nel terzo album, Tre rose, saranno presenti sia Pagani che De André come ospiti. Brani che meritano più di un ascolto: Sulla riva, la riva e Tira un’arancia in cielo.
Nel 1982 esce Massimo Bubola, album che segna un cambio musicale. Rock classico, ma di forte impatto.
Prosegue con Doppio lungo addio (1994) che oltra a contenere la già citata Il cielo d’Irlanda, vanta brani come Doppio lungo addio e Un sogno di più.
Con il settimo album, Amore & guerra, Bubola decide di reinterpretare alcuni pezzi che aveva scritto con De André. I due inediti Eurialo & Niso (riadattato ai tempi moderni) e Camicie Rosse sono riuscitissimi.
In Mon Trésor troviamo la vera vena poetica dell’autore. Bellissimo il brano dedicato all’incompreso poeta italiano (Dino Campana), Rosso su verde è ispirata ad una lettera d’amore mai spedita trovata sul corpo dello zio di Bubola, morto durante la prima Guerra Mondiale. Cuori ribelli parla di una sorta di rivolta per l’indipendenza proclamata in Texas nel 1997. Svegliati San Giovanni è una ballata folk ispirata ad una preghiera del Salento.
Tra il 2001 e il 2004 escono una serie di Live (la serie de Il Cavaliere elettrico), contesto in cui il cantante dà il meglio di sè. Riarrangia i suoi brani e quelli di De André e si avvale sempre di ottimi collaboratori.
Nel 2005 esce Quel lungo treno, concept album dedicato alla Prima Guerra Mondiale.
Ballate di terra & d’acqua conferma l’ottima vena artistica. Lo confermano Una chitarra per due canzoni, Cambiano, Un angelo alla mia porta, Tutti quegli anni e Canzone dell’assenza.
Nel 2008 esce la raccolta di brani Dall’altra parte del vento, Bubola propone pezzi che in qualche modo hanno a che fare con De André. O sono stati composti insieme, o sono legati all’autore genovese (Invincibili è stata scritta dal figlio, Colline nere era stata scritta poco dopo la collaborazione per L’Indiano, Dall’altra parte del vento parla del rapporto tra Massimo e Fabrizio).
Se siete interessati ad un autore che suona folk rock, ma con molta attenzione ai testi, l’avete trovato.
Peccato che in Italia sia poco conosciuto, un vero peccato perché meriterebbe molto più spazio.
Consiglio la lettura del libro “Il Cavaliere elettrico” di Matteo Strukul.
Il gruppo di cui vi parlerò oggi è parecchio sconosciuto, sicuramente il più di nicchia tra quelli citati fino ad ora. Ma non per questo merita meno spazio, anzi, a mio modo di vedere promette molto bene. Originari di Auburn in Alabama, si rifanno in qualche modo alla musica tradizionalista americana e al folk celtico (soprattutto nell’album Ghost dance, l’album più famoso).
Spaziano dal country al bluegrass, passando dall’honky tonk. Meritano sicuramente un ascolto per capire se possono fare per le vostre orecchie. Sono usciti con diversi LP ed EP, ma se volete ascoltare degli album puntate su: Trains have no names (2003), Those who wander (2004) e il già citato Ghost dance del 2007.
Partite col pressupposto di aspettarvi poco, perché è proprio nella loro filosofia essere superati, essere “vecchi”, ma sta proprio lì il bello.
Insomma persone che suonano perché gli piace farlo, senza scopi commerciali.
Come potete vedere da questo video, anche la strumentazione è grezza!
Vive a Londra, ma ha origini sudafricane. Scrive poesie e recita, oltre a comporre musica. Insomma non sta mai fermo!
Esordisce nel 2008 con A Larum, un album ricco di spunti, da quelli letterari (The Box è dedicata a Henry David Thoreau) a risvolti comici (Wayne Rooney). Tickle Me Pink e Leftlovers sono ballate in cui la melodia la fa da padrona, in Eyeless in Holloway domina il magico banjo. C’è pure spazio per il blues (Brown Trout Blues).
La mia preferita è The Wrote & the Writ.
Nel 2010 è tornato a farsi vivo con Been Listening, album che conferma la voglia di scrivere di questo giovane. Rispetto al precedente trovo questo lavoro più maturo, infatti non si assimila subito, servono diversi ascolti. Le migliori: Agnes e Lost and Found.
In entrambi i prodotti Johnny risce ad unire i testi cantautoriali alla Dylan con dei magnifici suoni.
Chiudo l’anno col botto! Di recente hanno condiviso il palco con Springsteen, tanto per capirci. Bruce, oltre ad averli ispirati, è un loro grande amico. L’influenza del cantautore di Freehold si sente in diversi pezzi, e loro stessi si sono definiti “Bruce Springsteen che canta in una cover band dei The Cure, con una maggiore aggressività”.
Nel resto del mondo dovrebbero aver raggiunto la notorietà, qui nello Stivale, invece, non hanno ancora sfondato, e chissà se mai lo faranno. Glielo auguro! Ovunque leggo che suonano punk rock, ma secondo me sono punk nell’anima e suonano rock con qualche vena folk. Strummer senz’altro apprezzerebbe!
Il primo album, Sink or Swim è del 2007. Il successo è arrivato col successivo The ’59 Sound (2008) che contiene diverse tracce apprezzabili, oltre alla title track. Here’s looking at you, kid su tutte.
La terza fatica -American Slang- è uscita il 15 giugno 2010 e li ha definitivamente consacrati.
Matt prima di fare musica era un discreto skater, poi un ginocchio fa crak e lui sfrutta i tempi morti, suonando la chitarra.
I primi passi li muove grazie all’aiuto di Tom Dumont, chitarrista dei No Doubt, che gli fa registrare il primo EP.
Nel 2005 esce il primo album, Song We Sing, che contiene alcune tracce davvero notevoli, come Sunshine, Behind the Moon, Sweet Rose, Astair, Yellow Taxi, Cold December. Nel 2008 arriva il secondo lavoro (Unfamiliar Faces), prodotto dalla casa discografica di Jack Johnson, la Brushfire Records.
Di quest’album segnalo 3 perle: Heart of Stone, Magnolia e Mr. Pitiful.
Mobile Chateau, arrivato nei negozi nel 2010, è il meno riuscito, a mio modo di vedere.
La bravura di Matt sta nel rendere uniche delle semplicissime ballate, che ascolto dopo ascolto ti entrano dentro e non puoi più farne a meno.
Il primo si spiega da solo, il secondo mi piace perché è immediato e il terzo in italiano si può tradurre con stracotto, scotto e voi direte “e quindi? Cosa c’azzecca?” boh mi piace come suona! Votate!